sabato 10 febbraio 2018

Laureano Albàn


Devozioni terrestri

Tocco la terra, madre della mia ombra.
 Attraverso vi corre un bimbo
 infaticabilmente immaginato.
 Sonoro il mese di aprile
 duole di trasparente.
 Ogni terra è assenza
 dopo la nascita.
 Dopo il seme
 ogni fiore è stella.
 Per questo la radice
 ha forma di spina o pioggia o morte
 che sostiene silenzi.
 Può scordare l’uomo il futuro o la sorte,
 può bruciare il tempo le pagine o il bacio,
 può ossidare la notte i giorni del diamante,
 però mai la terra
 e la sua fatale memoria di galoppi lontani.
 È un patto. E lo dico
 con la cenere incerta
 del viaggiatore sulle labbra.
 È il debito del mare
 che ci resta sulla lingua
 attraverso l’acqua e le sue mappe.
 È l’alta somiglianza
 della notte negli occhi
 che imita distanze.
 È il gesto d’uccello
 della mano lanciata.
 È l’albero che irrompe
 dai labirinti
 dell’anno infaticabile,
 certamente vivo
 come uno stormo.
 Tocco la terra. Odo piovere.
 I frutti dentro lei corrono
 come giorni planetari.
 Un lombrico dorato si trattiene
 nel palmo della mia desolazione:
 tra lui e questo giorno
 ci sono fiamme insalvabili.
 Attraverso vi corre un bimbo
 remotamente sempre
 chiamando le distanze.

Io mi avvicino e lo nomino.
 Io mi avvicino e lo abbraccio.
 Ma lui corre per prati di lune specchianti,
 per boschi dove il cielo è un albero azzurro,
 per nebbie dove il tempo è un frutto pallido.
 Entra ed esce dal giorno
 con l’innocenza rapida
 del fiore nella pioggia.
 Qualcuno lo sta chiamando
 da lampade lontane.
 E lui corre senza sapere
 che non esce dall’unica
 terra della memoria.
 Che lo spazio terrestre
 sempre sarà il primo,
 inesauribile giorno convocato.
 Che non cambia la luce
 prima tra gli occhi.
 Solo cambiano l’ombra,
 il sogno e le sue spade.
 Che solo vive l’uomo
 d’amore per la terra,
 e la terra lo intende.
 Però lui continua a correre
 la sfera trasparente
 della prima sorte,
 verso le fonde case
 della luce invisibile,
 perché qualcuno lo sta chiamando
 e lui porta tra le mani
 un pugno di terra
 fino all’amato azzurro.

Laureano Albán

traduzione di Tomaso Pieragnolo

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